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Su questo sito non po­ssiamo fare a meno di ricordare il nostro più celebre (e involonta­rio?) pubblicitario, Carlo Gol­doni. La cui nascita precede solo di tre anni la nascita del nostro pro­dotto, oggi commerciato come articolo di erboristeria, ma in passato considerato quasi come una medicina, in particolare in grado di trarre d'impaccio dalla situazione imbarazzante dello svenimento: proprio con i va­pori di Melissa nella commedia Il bugiardo viene rianimata, dopo un mancamento, la protagonista Rosaura.

Carlo Goldoni

Ma chi era questo “avvocato che reinventò il teatro”, come è stato definito? Nacque a Venezia, in calle Centani il 25 febbraio 1707, da una famiglia borghese originaria di Modena. Fu formato presso i Gesuiti che seguivano l'antico piano di studi che considerava primo gradino della formazione l'introduzione alle arti cosiddette liberali, distinte in trivio (grammatica, logica, retorica) e quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia), cui faceva seguito la filosofia. Intanto la formazione letteraria si perfezionava con la lettura degli anti­chi autori latini e greci come Ari­stofane e Menandro, Plauto e Te­renzio, ma anche dei più recenti Machiavelli e Cicognini. Nel 1723 il giovane Carlo si av­viò agli studi in legge presso il Collegio Ghislieri di Pavia da do­ve fu cacciato per aver scritto una pungente satira contro le donne di quella città. La laurea giungerà solo nel 1731, a Padova. Durante gli studi esercitò un po' di “pratica medica” alla scuola del padre Giulio, venditore di balsami e di essenze. Non è fuori luogo che sia stato proprio ma­neggiando infusi e pomate che il giovane Carlo sia venuto a cono­scenza delle recente pozione in­ventata dai Carmelitani Scalzi di S. Maria di Nazaret, la prima chiesa che il tu­rista giunto a Venezia in treno in­contra uscendo a sinistra dalla stazione e percorrendo il Canal Grande.

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Melissa moldavica

Goldoni la menziona soprattut­to ne «La locandiera». Il conte di Albafiorita e il marchese di Forlipopoli, ospiti della locanda di Mirandolina a Firenze, si conten­dono il suo amore insieme al ca­valiere di Ripafratta, convinto misogino, ma circuito dalla pa­drona. Così nascono gelosie e liti fra i tre contendenti. Mirandolina però rifiuta il loro amore e con­cede la propria mano a Fabrizio, cameriere della locanda. 

In quest'opera, mai amata da Goldoni, ma vera fotografia della maturità artistica raggiunta dall’autore, con frequenza appare lo “spirito di melissa”. Certo, per curare gli svenimenti. E ce ne sono diversi in una com­media che gioca sulle emozioni dei protagonisti. Ma anche come paragone per il dosaggio: il “vino di Cipro”, giudicato “lavatura di fiaschi” da Mirandolina, ma non dal marchese di Forlipopoli che lo offre, va bevuto “a gocce come lo spirito di melis­sa”. Più avanti, il cavaliere di Ripafratta per guadagnarsi l'affet­to della locandiera invia a Miran­dolina una boccetta d'oro di Me­lissa pagata dodici zecchini. Boc­cetta che cambia continuamente di mano giocando sul dubbio che sia veramente d'oro e non di princisbech (una lega di rame, zinco e stagno, certamente me­no preziosa), fino a quando non ritorna definitivamente nelle ma­ni di Mirandolina. Dal marchese viene perfino introdotta l'ipotesi che l'acqua di Melissa sia in grado di togliere le macchie. Dejanira, una delle pro­tagoniste, nega questa possibi­lità, anzi ritiene che invece di pu­lire allarghi ancora di più la mac­chia, e forse ha proprio ragione! 

E così nel 1753 lo spirito di Me­lissa debuttò a teatro.